ElezioniSubito

18 dicembre 2017

«La bocciatura del referendum per la fusione dei comuni di Falcade e Canale d’Agordo è la vittoria della democrazia. Basta con le imposizioni dall’alto e i miraggi di fondi destinati a durare poco: la scelta su come amministrare il proprio territorio va lasciata ai cittadini»: così il movimento Belluno Autonoma Regione Dolomiti commenta il risultato della consultazione agordina di domenica 17 dicembre.
«Non abbiamo mai sostenuto le battaglie dei sì o dei no in nessun referendum di fusione: – ricordano dal Bard – anzi, abbiamo sempre affermato la correttezza di questi percorsi perché lasciano l’ultima parola ai cittadini. Non ci siamo disperati per le vittorie delle consultazioni degli scorsi anni, non esultiamo per questa bocciatura».
«Quello che rileviamo, invece, – sottolineano dal movimento – è che questo è il primo referendum di fusione bocciato in terra bellunese. Forse ci stiamo svegliando: stiamo capendo che “fare i primi della classe”, obbedendo senza reazioni alle indicazioni della politica nazionale, non porta a nulla, anzi».
«Sappiamo che dal Comelico alla Valbelluna saranno numerosi altri i referendum per la fusione dei comuni: – concludono dal Bard – non ci intrometteremo in nessuno di questi percorsi, ma chiediamo ai sindaci e ai cittadini di scegliere con consapevolezza e non sull’onda emotiva ed economica di contributi destinati a sparire in pochissimi anni. Dalla politica nazionale pretendiamo invece una cosa: basta strozzare i comuni e i territori con la tentazione dei vari fondi. Il boom dei referendum di fusione è scoppiato quando si è voluto omogeneizzare il tessuto degli enti locali nazionali, dai comuni delle cintura della grandi città di pianura a quelli alpini, premiando tutti indistintamente con risorse che servono forse a malapena a colmare i tagli statali. Basta con le illusioni: si riconosca ai territori montani la specificità anche nella gestione delle realtà comunali. Basta con i tagli orizzontali: lo Stato deve garantire agli enti le risorse per garantire i servizi, senza contare più sui sacrifici dei cittadini o su aiuti esterni, come nel caso dei fondi di confine. Insomma, è lo Stato che deve servire i cittadini, non il popolo che deve assistere inerme all’accentramento demografico, economico e del potere».