25 Novembre 2010

L’editoriale dell’Amico del Popolo, il 7 novembre 2010, ha dedicato molto spazio all’iniziativa referendaria del Comitato Belluno autonoma Dolomiti regione. Esprimiamo la nostra gratitudine per l’attenzione. In esso si esprimono critiche fondate, tutt’altro che trascurabili. Sono simili a quelle che ci fanno durante la raccolta delle firme. Quell’editoriale merita una risposta. Dal dialogo non può che derivare una migliore comprensione dei problemi che dobbiamo affrontare.

1) La prima critica consiste nel rilevare le poche possibilità di successo dell’iniziativa referendaria che propone il passaggio, come terza provincia autonoma, alla Regione Dolomiti, con Trento, Bolzano e Belluno. Si teme la delusione dell’insuccesso. Il timore è fondato. Il percorso è complicato ma è possibile, lecito e pacifico. Esso prevede una delibera del Consiglio provinciale, un referendum vinto con almeno i 2/3 dei voti, (non basterà vincere il referendum per poco, serve un ampio consenso), le delibere dei Consigli di Veneto, Trento e Bolzano, la proposta e l’approvazione di una Legge Costituzionale, le sentenze di Corte Costituzionale e di Cassazione. Non sarà una passeggiata. Ma non c’è scelta. Rimanendo in Veneto non avremo mai politiche sociali ed economiche adeguate per la montagna. Certamente ottenere l’autonomia non garantirà che i bellunesi sapranno produrre tali politiche ma, almeno, avranno la possibilità di provarci. Il Comitato referendario ha fiducia nei cittadini bellunesi e nelle istituzioni locali e nazionali. I promotori conoscono le difficoltà e le dichiarano, non illudono o ingannano nessuno, esprimono la speranza che i bellunesi capiscano l’urgenza di questo cambiamento e sappiano unirsi a tutela dei propri interessi vitali. Senza speranza c’è solo rassegnazione e divisione che sono vizi endemici del bellunese.

2) La seconda critica chiede perché il comitato referendario non ha ancora preso contatto con gli amministratori altoatesini e veneti. La risposta è facile. Quale peso politico, quale ascolto e soprattutto quale mandato avremmo avuto a Trento, a Bolzano e a Venezia? E’ evidente che ci dovrà essere un dialogo tra le Provincie e con la Giunta veneta ma questo sarà il compito dell’Amministrazione provinciale, se avrà un mandato dall’esito positivo del referendum. Chi, se non gli eletti, rappresentano i bellunesi? Certo non questo Comitato, che ha ben chiari i propri compiti e non scambia le proprie opinioni con le decisioni del popolo e con i poteri delle Istituzioni. Il percorso è lungo e difficile. Siamo persone serie. Quanto più facile sarebbe la demagogia, il populismo per far credere di avere le soluzioni in tasca e millantare il potere che non abbiamo!

3) La terza critica riguarda l’uso strumentale del referendum per attirare l’attenzione sui nostri problemi, o per ottenere qualche privilegio dalla Regione Veneto com’è accaduto per le inique soluzioni dei fondi Brancher, Letta ecc. Su questo l’editoriale ha ragione. Per noi l’obiettivo è diventare la terza Provincia autonoma della Regione Dolomiti. Non si mobilitano diecimila persone per fare giochini politici di questo tipo. Potrà accadere che non si raggiunga l’obiettivo, si ottengano altri risultati o emergano altre soluzioni, ma questo, da noi, non è né prevedibile né desiderato.

4) La quarta osservazione dell’editoriale afferma che serve pensare a soluzioni per la Provincia e saperle presentare all’esterno con efficacia. E’ proprio così. Ma poniamo di trovarle le giuste soluzioni. In Regione abbiamo tre Consiglieri su 60, in Parlamento, tre su 950. Non abbiamo alcun peso. Nemmeno la minima possibilità d’iniziativa legislativa. Ecco perché è necessaria l’unione di tutti i bellunesi e delle loro istituzioni, per affrontare il problema della estinzione delle comunità che vivono in montagna. E’ necessario rivendicare un diverso assetto regionale più adeguato ai caratteri territoriali e meno alle appartenenze amministrative. Con il referendum si pone un problema che riguarda tutte le aree rurali, che sono devastate da politiche adatte solo alle aree urbane.

5) L’ultima critica avanzata nell’editoriale dell’Amico del Popolo è la più rilevante. Si teme la divisione dei bellunesi e, soprattutto, la radicalizzazione dello scontro. Questa è anche la nostra preoccupazione. Per questo dichiariamo che, se questa iniziativa produce frantumazione sociale, è meglio rinunciarvi. La nostra sfida è questa: riuscire ad unire i bellunesi intorno ad un processo orientato al bene comune della sopravvivenza. Se non ci sarà unione virtuosa non sarà possibile vincere il referendum e quindi la questione non si porrà più. Avremmo sprecato l’ultima opportunità di salvezza. I membri del Comitato si dedicheranno al lavoro e alla famiglia, senza rancore per nessuno. Stiamo facendo tutto ciò che è nelle nostre possibilità per evitare uno scontro: non escludere nessuno, evitare le polemiche, non considerare nemico chi ha opinioni diverse, apprezzare coloro che ci criticano con buoni motivi. Sappiamo che, in ogni caso, autonomia o meno, senza coesione, senza percezione della preminenza del bene comune, senza riorganizzazione amministrativa, non c’è speranza. Molte comunità bellunesi nei prossimi venti anni si estingueranno, e lo stesso ente Provincia sarà cancellato e i residenti associati ad altre provincie venete. E questa sarà di sicuro una soluzione unitaria. Scomparsi i bellunesi spariranno anche il loro problemi.

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