Un movimento è un insieme di persone, con idee molto diverse tra loro, che convergono, per svariati motivi, “intorno” ad un’idea che, sia pure in modo confuso, condividono. Non è possibile sapere a priori che tipo di connotati avrà in futuro un movimento perché, per loro natura questi sono largamente imprevedibili. Anche nel caso del gruppo promotore del referendum provinciale, per chiedere il trasferimento amministrativo della Provincia di Belluno alla Regione Trentino Alto Adige, ha ora queste caratteristiche. Quello che io mi auguro, ciò che spero è che il movimento si configuri, si caratterizzi per i seguenti elementi.

    1. Non è un movimento reazionario, nostalgico, che vorrebbe ritornare al passato. Non amiamo le piccole patrie, le ideologie del piccolo villaggio autonomo ed isolato dal mondo che spaventa. Non vogliamo riconoscerci nel folklore locale o perché indossa costumi o parla un dialetto, non ci sentiamo speciali e superiori agli altri cittadini di altri paesi e nazioni. Siamo, invece radicati e affezionati alla nostra storia, non ci vergognamo di quel che siamo, il movimento è aperto al mondo, accetta le sfide del presente, sa che l’identità è un elemento che si costruisce e trasforma giorno dopo giorno operando in comunità (insieme agli altri..) per affrontare le sfide del presente e non una patacca che serve a mascherare le proprie debolezze ed incapacità. Sa, però, che per affrontare tali sfide è necessario consolidare le Comunità, dotarle di strumenti per la gestione politica degli eventi che le coinvolgono, permettere loro di usare le risorse che hanno secondo l’interesse e le scelte loro e non per fare interessi altrui. La dissoluzione in corso delle comunità bellunesi non è modernità, non è progresso (a meno che non si consideri una metastasi, che pure è progressiva come un fatto positivo). Agire per impedirla significa garantirsi un futuro.

 

    1. Non è un movimento secessionista. Il secessionismo rivendica un’autonomia totale e un ordinamento indipendente. La Provincia di Belluno non ne ha bisogno né sarebbe in grado di fare da sé. Quello di cui ha bisogno è di rimanere inserita saldamente nell’ordinamento dello stato Italiano e in un ordinamento regionale attento alle dinamiche evolutive montane. La regione Veneto non è in grado di produrre legislazioni regionali adeguate e idonee al raggiungimento di questo scopo. Il Veneto ha scelto un modello di sviluppo urbano, agricolo, turistico, della mobilità, della distribuzione commerciale, ecc. che condanna le comunita che vivono in montagna all’estinzione. La scelta operata dalle elites politiche regionali è perfettamente comprensibile e ragionevole, il cuore pulsante e produttivo della Regione è l’asse Portoguraro-Verona caratterizzato da una distribuzione di attività produttive, dalla concentrazione urbanistica, e commerciale, da una mobilità mista spinta e crescente, da un’agricoltura industriale, da un turismo di massa (Vedi Garda, Verona e Venezia).Non si tratta di andare via dal Veneto perché i veneti (anche una parte dei bellunesi sono veneti) sono malvagi e ostili ma perché la montagna bellunese ha bisogno di altri strumenti legislativi per assicurarsi la sopravvivenza e un modello sociale locale sostenibile. A noi non servono le concentrazioni industriali, commerciali, di produzione energetica e dei servizi, ci servono le reti efficienti e flessibili. Non possiamo praticare l’agricoltura industriale ma un’agricoltura di mantenimento territoriale e con produzioni specializzate. Non possiamo concentrare la distribuzione commerciale in super-iper-mega mercati ma abbiamo bisogno di una distribuzione spalmata sul territorio. Non possiamo considerare il territorio come un luogo di mero insediamento perché in gran parte inadatto e una risorsa essenziale per l’attività turistica. Potremmo proseguire. Il trasferimento amministrativo comporta la recisione dei legami di stretta collaborazione con il Veneto in ambito economico? Solo uno sciocco potrebbe pensare questo, si pensi solo alla questione dell’acqua della Piave. Continuerà a scorrere verso Treviso e Venezia. Continuerà ad essere utilizzata dall’agricoltura veneta però a condizioni contrattate e non imposte.

      Lo stretto intreccio delle nostre imprese con quelle venete continuerà indisturbato ma le nostre imprese non saranno punite da costi che impediscono loro di essere concorrenziali sul mercato nazionale e locale. Non c’è nessuna pulsione secessionista, nessun desiderio di divisione ostile, nessun rancore. Dal Veneto abbiamo ricevuto molto e continueremo a ricevere molto. La globalizzazione ha frantumato i criteri di definizione delle appartenenze nazionali e locali nate dalla storia del novecento. Oggi si affronta meglio il mercato globale con comunità coese e forti, determinate e consapevoli, la protezione delle appartenenze regionali e nazionali non danno più vantaggio. Si deve essere, però, consapevoli che molti dei problemi che abbiamo possono essere risolti solo collaborando gli uni con gli altri, cedendo sovranità, accettando accordi. Non ci dovrebbe essere alcuna tentazione isolazionista e localista nel movimento referendario. Concludendo non siamo secessionisti, cerchiamo solo la collocazione amministrativa più adeguata al fine di affrontare e risolvere meglio i nostri problemi.

    2. Non siamo un movimento che rivendica o esige qualcosa dagli altri o che agita problemi. Vorremmo essere un movimento che propone soluzioni. Intorno alla questione autonomia sono state fatte speculazioni politiche, molta propaganda politica ed infinita demagogia. L’autonomia non è una soluzione di tutti i problemi, non è un talismano taumaturgico, non ci rende migliori di quel che siamo. E’ solo uno strumento amministrativo che ci permetterà di intervenire sulle dinamiche evolutive delle nostre comunità. Potere che ora abbiamo solo in modo parziale ed insufficiente. Non lo chiediamo in odio al Veneto o perché riteniamo i modelli di Trento e Bolzano i migliori possibili. Lo chiediamo per avere una possibilità di sopravvivenza, per avere la possibilità di provare a governare i processi nei quali ora siamo solo oggetti di scelte altrui. Non siamo nemmeno certi di saperlo fare bene. Forse si forse no, ma se non c’è data l’opportunità di provare non lo sapremo mai.

 

    1. Non siamo un movimento che desidera ottenere gli stessi privilegi economici delle due Province autonome di Trento e Bolzano. Ci basta molto meno. Siamo consapevoli che la situazione delle due province deriva da accordi internazionali del tutto eccezionali e non ripetibili. Sappiamo che la nostra proposta produrrà notevoli problemi agli equilibri interni tra le due province autonome, che solleva formidabili problemi di equilibrio nelle quote etniche (che non ci interessano), siamo anche certi che la nostra proposta non sarà gradita. Siamo consapevoli dei gravi problemi legislativi in termini di riforma costituzionale e di quanto sarà complicato affrontarli e risolverli in modo positivo per i nostri interessi. Sappiamo anche che siamo debolissimi per poter ottenere il risultato che ci serve. Ma la risposta a queste giuste perplessità è: che dobbiamo fare? Lasciarci morire per non disturbare e infastidire il prossimo? Le due province autonome hanno un’autonomia totale. A noi non serve, ci basta un’autonomia modellata sulle nostre esigenze, con la disponibilità di risorse inferiori di quelle concesse a Trento e Bolzano. Nulla impedisce alla regione Trentino di ospitare una terza provincia autonoma con un’autonomia diversa. Si comprenda che il modello assistenziale presente a Tn e Bz non ci interessa perché conosciamo bene i limiti che presenta e soprattutto conosciamo bene i caratteri delle comunità bellunesi. Ci serve, invece, l’autonomia legislativa e regolamentare, nel rispetto delle leggi dello Stato e nei limiti delle competenze definite dall’artt. 117-118-119 della Costituzione.

 

    1. Non siamo un movimento che chiede l’autonomia per rifugiarsi entro un piccolo mondo separato. Ad esempio sappiamo bene che gli immigrati ci sono molto utili e non abbiamo nulla contro la loro presenza, non temiamo di perdere identità aprendoci al mondo, sappiamo bene che la struttura produttiva provinciale esporta prodotti per 2,5 miliardi di € (pari a metà del nostro PIL) e quindi qualsiasi chiusura protezionistica è, prima d’ogni altra cosa, stupida e autolesionistica. Sappiamo anche che senza 10-15 mila attivi immigrati la nostra struttura produttiva (di ricchezza per tutti) non è in grado di funzionare e quindi queste persone devono essere accolte, aiutate ad inserirsi, integrate e trattate come cittadini dotati di diritti e di doveri. Sappiamo anche che una comunità sopravvive se innova, se inventa, se sperimenta nuove soluzioni a vecchi problemi. Il fatto è che ora non possiamo prendere alcuna decisione in merito a questi fattori di consolidamento e sviluppo comunitari. Che perdiamo residenti, quote di mercato, intelligenze e competenze e, con gli strumenti che abbiamo, non possiamo fare altro che subire questo continuo impoverimento. L’autonomia ci serve per fare questo, non abbiamo bisogno dell’autonomia naftalina per conservarci, per proteggerci, per isolarci, ma per vivere, per innovare, per investire, per creare un futuro alle nostre comunità.

 

    1. Non siamo un movimento che aspira a ottenere una rendita. I bellunesi, senza autonomia, hanno ottenuto un reddito procapite superiore a quello dei trentini e di poco inferiore a quello dei sud tirolesi. Sappiamo cavarcela senza sussidi, senza assistenza, senza privilegi. Solo che oggi sono messe in discussione le basi della nostra sopravvivenza come comunità e, per quanto bravi siamo, se perdiamo mille attivi ogni anno, se vendiamo terre ed edifici per una pipa di tabacco, se non produciamo nuove imprese, se non abbiamo risorse adeguate per fare investimenti produttivi, a tutela del territorio, per la sua manutenzione e valorizzazione, se non riusciamo a reggere la concorrenza turistica, se continuiamo a chiudere alberghi, se permettiamo allo Stato di vendere le nostre montagne ad un prezzo irrisorio, non avremo futuro. Il movimento referendario desidera che i cittadini delle diverse comunità Bellunesi possano ragionare su questi temi ed esige che sia fatta una consultazione, che ci sia la possibilità di praticare quell’autonomia che tutti sbandierano e che quasi nessuno pratica. Cominciamo da questo referendum, facciamo sentire le nostre ragioni pur rispettando quelle altrui.

 

  1. Per ultima cosa ci piacerebbe che coloro che non condividono le nostre opinioni, esprimessero il loro dissenso su quello che siamo, su quello che pensiamo e su quello che facciamo. Le diverse opinioni non ci spaventano. Quello che non serve proprio a niente è criticarci per ciò che non siamo. La pigrizia intellettuale e il can can intorno ai temi dell’autonomia induce molti a pensare che questo movimento altro non sia che una variante del secessionismo leghista, dell’indipendentismo, della rabbia apolitica contro istituzioni e leggi. Bene. Siamo un’altra cosa. Si può benissimo contrastare la nostra iniziativa ma valutateci per quel che siamo e per quel che facciamo. Se potete, non scaricateci addosso i vostri pregiudizi. Grazie.

Nessuno può dire oggi cosa diventerà questo movimento referendario. Può essere che approdi a esiti totalmente diversi da quelli che i fondatori s’augurano. E’ possibile o, almeno, non può essere escluso. Tuttavia senza rischio non c’è alcuna avventura umana che sia degna d’essere vissuta. Per questo è necessario avere fiducia nelle persone che si spendono in questa iniziativa, come è necessario avere fiducia in tutti i cittadini delle comunità bellunesi. Essi possono riflettere, farsi una loro opinione e decidere liberamente. Da parte nostra non c’è alcuna presunzione. Sappiamo che le nostre proposte non saranno facilmente realizzabili, ciò nonostante ci proviamo con tenacia e con ostinazione. Se poi i bellunesi preferiscono non cambiare e adattarsi ad un lento declino prenderemo atto di questa decisione della maggioranza. Di sicuro non ci farà piacere ma chi propone un’iniziativa politica, per quanto legittima e giusta essa sia, sa di dover mettere nel conto anche l’ipotesi di una sconfitta. Per ora, per noi, ogni giorno passato senza agire, senza reagire, nella rassegnazione e nell’ignavia è già una sconfitta e un’umiliazione sufficienti per non temere le sconfitte che, eventualmente, ci riserva il futuro.

Diego Cason