Quali scenari per le Province se il decreto di riodino delle medesime non verrà convertito in legge?

13 dicembre 2012 By

Daniele Traducco da LeggiOggi.it sui futuri scenari attinenti alle Province:

Laddove il decreto n. 188/2012 non dovesse venire convertito (e la cosa pare oramai certa), le realtà provinciali resterebbero quelle che conosciamo, ma si aprirebbe una fase poco chiara sia per quanto attiene alla loro qualificazione giuridica, sia in merito alle funzioni loro spettanti.

La tenace volontà di proseguire nel riordino ha dovuto arrestarsi prima davanti alla pregiudiziale di costituzionalità sollevata in Commissione Affari costituzionali del Senato (in seguito ritirata), poi davanti alle già annunciate dimissioni del Presidente del Consiglio.

Ora, laddove il decreto n. 188/2012 non dovesse venire convertito (e la cosa pare oramai certa), le realtà provinciali resterebbero quelle che conosciamo, ma si aprirebbe una fase poco chiara sia per quanto attiene alla loro qualificazione giuridica, sia in merito alle funzioni loro spettanti.

Sul primo punto, in ragione del decreto salva Italia, le Province sono state trasformate in enti di secondo livello.
La legge elettorale in materia, però, non è stata ancora approvata e in sua assenza si pongono due interrogativi: le Province già commissariate andranno a elezioni o continuerà il loro commissariamento? Stesso quesito per quelle i cui organi devono ancora scadere.

Ora, sono del parere che ricorrere al commissariamento, per ragioni del tutto estranee a quelle che giustificano l’adozione delle ordinarie misure di controllo sugli organi dell’ente locale, appare di dubbia costituzionalità.
Pertanto, si dovrebbero celebrare le elezioni amministrative secondo le regole del sistema che conoscevamo.

Quanto al secondo problema, non dovrebbe operare lo svuotamento delle funzioni delegate alle Province che Stato e Regioni, in base al salva Italia, devono trasferire ai Comuni. La norma, che stabilisce questa riallocazione, non può certamente definirsi autoapplicativa, in quanto richiede appositi interventi statali e regionali, ad oggi assenti (Cfr., sul punto, C. RAPICAVOLI, Inusuale e sconcertante intervento del Governo).

Infine, sul pericolo di mancata manutenzione delle scuole in caso di non conversione del decreto n. 188/2012, paventato dal Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione, va detto che il provvedimento normativo sulla spending review di quest’estate (decreto-legge n. 95/2012) riconosce in capo alle istituzioni provinciali alcune funzioni definite “fondamentali”, tra le quali rientra anche la gestione dell’edilizia scolastica.
La tesi di Filippo Patroni Griffi, secondo il quale l’assegnazione di questi compiti fondamentali è subordinata all’esito della procedura di accorpamento, non regge. Se questo fosse vero, vi sarebbe un lungo periodo, necessario per completare gli accorpamenti territoriali, in cui nessun ente potrebbe effettivamente esercitare queste funzioni provinciali (Cfr., L. OLIVIERI, Caos Province: lo crea da arte il Governo. Improvvisatori al potere (per poco), in www.rilievoaiaceblogoliveri.it).
In questo modo, non verrebbe forse leso il principio costituzionale di buon andamento, e quindi di efficienza dei pubblici uffici ex art. 97 Cost.?

Insomma se di caos si vuole parlare, questo va imputato a tre decreti-legge poco chiari e scritti in maniera dilettantistica.

I dilettanti allo sbaraglio di Corrado avrebbero sicuramente fatto meglio.

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Province: la deroga per Belluno va potenziata

15 novembre 2012 By

Un nuovo intervento di Daniele Trabucco* sulla deroga per Belluno nel provvedimento governativo di riordino delle Province, tratto da LeggiOggi.it:

Province, la deroga per Belluno va potenziata

Il Governo dei tecnici ha inteso preservare la specificità delle Province il cui territorio è integralmente montano. Ma invocare la specificità del territorio è poca cosa, se non si indicano altri elementi che possono motivare trattamenti differenziati

Dopo l’ultimo Consiglio dei Ministri, il Governo dei tecnici ha inteso preservare, così si legge nel preambolo del decreto-legge n. 188/2012, la specificità delle Province il cui territorio è integralmente montano. Benché non si parli espressamente di Belluno e Sondrio (ed è normale trattandosi di un’introduzione), è evidente che il riferimento va a queste due realtà, puntualmente individuate poi nel prosieguo del testo normativo (art. 1, lett b). Con la speranza che in sede di conversione in legge del provvedimento normativo da parte delle Camere non spuntino all’improvviso i soliti franchi tiratori (salva sempre la possibilità della fiducia), sono del parere che la deroga per la Provincia di Belluno necessiti un maggiore potenziamento.

Nell’espletamento della sua funzione di legittimità, la Corte costituzionale utilizza spesso il principio di eguaglianza per valutare la ragionevolezza o meno delle classificazioni legislative. Ragionevolezza che non si risolve nell’intrinseca bontà delle scelte effettuate dal Parlamento, ma nella coerenza delle c.d. “deroghe”, valutata nel rapporto con il trattamento che la legge o le leggi riservano a quelle situazioni comparabili con quella contestata. Invocare la specificità del territorio mi pare troppo debole, poiché ogni territorio presenta le proprie peculiarità morfologico – ambientali. Da qui, pertanto, la necessità di rafforzare i motivi a fondamento della deroga con l’indicazione di altri elementi che possono motivare trattamenti differenziati. In questo senso, un’utile indicazione esce dalla tanto criticata proposta di riordino delle Province che il Consiglio regionale del Veneto (deliberazione n. 133/2012) ha trasmesso al Governo. In quel documento è inserito un apposito allegato nel quale sono indicate le ragioni in presenza delle quali è necessario mantenere l’ente Provincia nel territorio bellunese. Dalla particolare autonomia amministrativa, regolamentare e finanziaria riconosciuta dal nuovo Statuto della Regione (art. 15, comma 5) al suo confinare con Regioni speciali e con l’Austria, dalla presenza di minoranze linguistiche ed etniche che già godono di una tutela molto più debole rispetto alle contermini Province autonome di Trento e Bolzano/Bozen, ma anche di Udine, alla particolare protezione che la Costituzione riconosce alle zone di montagna (art. 44, comma 2, Cost.). E da ultimo, ma non per questo meno importante, la stessa Convenzione delle Alpi, ratificata dall’Italia nel 1999, con la quale l’ordinamento interno s’impegna a garantire il diritto delle popolazioni alpine di vivere in questi territori, con il logico corollario di poter poi avere strumenti istituzionali idonei alla finalità indicata.

(*) Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico presso Università di Padova

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Province, i tentennamenti della Corte Costituzionale

10 novembre 2012 By

Intervento di Daniele Trabucco tratto da Leggi Oggi.it, 6 novembre 2012

Province, i tentennamenti della Corte Costituzionale

In base al principio del chiesto-pronunciato che regola l’attività della Consulta, nulla impediva al giudice delle leggi di assumere una decisione su aspetti come quello della natura dell’ente e delle funzioni che, sul piano normativo, sono già consolidati

Era già nell’aria da alcune ore e alla fine la notizia ha trovato conferma: la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sul sistema elettorale delle Province e, dunque, sulla loro natura di enti locali territoriali di secondo livello, e sul trasferimento delle funzioni statali e regionali (ora esercitate dalle amministrazioni provinciali) ai Comuni, ha deciso di rinviare a nuovo ruolo la sua decisione in attesa che il procedimento sul riordino/riduzione avviato dal Governo sia completato.

Ritengo, però, sia utile un’attenta riflessione su questo rinvio operato dal giudice delle leggi. A me sembra che, nel caso specifico, siamo in presenza di un decreto del Presidente con scopi meramente dilatori, ossia finalizzato a differire il più possibile questioni scomode e dal forte impatto politico-istituzionale. In base al principio che regola l’attività della Corte costituzionale, la corrispondenza tra quello che è richiesto e quello sui cui verte la decisione, nulla impediva al giudice delle leggi di assumere una decisione su aspetti come quello della natura dell’ente e delle funzioni che, sul piano normativo, sono già consolidati. Infatti, l’ultimo decreto-legge del Governo Monti sul riordino, approvato nell’ultima seduta del Consiglio dei Ministri, non incide né sulla qualificazione giuridica delle Province, quali articolazioni della Repubblica con rappresentanza politica di secondo grado (se non in relazione al numero dei consiglieri provinciali), confermando in questo modo l’impianto del salva Italia (decreto-legge n. 201/2011), né interviene sulla titolarità delle funzioni statali e regionali, ma oggi delegate alle Province, che dovranno essere riallocate a livello comunale.

Proprio la mancanza di una decisione in materia da parte della Corte, sebbene perfettamente legittima sotto il profilo procedurale, avrebbe in realtà aiutato a fare chiarezza circa le diverse problematiche emerse in questi mesi, collegate agli interventi normativi dell’Esecutivo e, forse, avrebbe consentito al legislatore di capire quali limiti, se la Corte li avesse ravvisati, non possono essere oltrepassati dalle fonti interne subordinate alla Costituzione quando mettono mano all’ordinamento degli enti locali.

Peccato, perché sarebbe stata una bella occasione.

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Tagliare le Province è incostituzionale, che piaccia o meno la scelta

3 novembre 2012 By

di Daniele Trabucco *

L’approvazione del decreto-legge sul riordino/riduzione delle Province da parte del Governo Monti apre scenari sempre più inquietanti sul piano della legittimità costituzionale.

Il primo è di ordine metodologico. A prescindere dal fatto che l’art. 17, comma 4, della legge n. 135/2012 parla di “atto legislativo di iniziativa governativa” e non di decreto-legge, sappiamo che la Costituzione prevede l’adozione di provvedimenti provvisori aventi forza di legge (art. 77, comma 2) unicamente in presenza di una situazione attuale (e non potenziale) di straordinarietà, urgenza e necessità per fronteggiare la quale non è possibile provvedere con gli strumenti legislativi ordinari. La manfrina del contenimento della spesa pubblica non regge più e, comunque, alla luce di recenti interventi del giudice costituzionale (sentt. n. 148 e 151/2012 Corte cost.), non può spingersi fino al punto di ledere e comprimere la sfera di autonomia degli enti locali territoriali e, pertanto, anche della loro identità territoriale che dell’autonomia è il presupposto logico.

Inoltre, è precluso alla decretazione legislativa d’urgenza intervenire in materia costituzionale (art. 72, comma 4, Cost.), poiché, sul punto, sebbene in dottrina non via sia un’unanimità di consensi, esiste una riserva di assemblea intesa quale riserva di legge formale. Si è obiettato che, in questo caso, si sarebbe in presenza di una norma che non incide sulla ripartizione della competenza, ma che apparirebbe destinata solamente assicurare la piena e totale partecipazione dei membri di ciascuna Camera alla discussione ed approvazione di leggi di un certo rilievo. Tuttavia, la ratio della disposizione costituzionale, che non può non ravvisarsi nella opportunità di far discutere determinati disegni di legge di importanza politica ed istituzionale in una sede che per sua natura implichi garanzie di pubblicità delle scelte, presuppone il ricorso alla legge formale. Se così non fosse, che senso avrebbe l’ imporre un esame ed un’approvazione da parte dell’Assemblea se questi possono venire aggirati attraverso un mutamento di atto legislativo?

Quanto poi alla definzione di “materia costituzionale”, utilizzata nell’art. 72, comma 4, Cost., mi sento di aderire alla tesi  che vi fa rientrare anche le riforme ordinamentali. Non sono dell’idea che l’espressione utilizzata dal legislatore costituente si riferisca esclusivamente alle leggi formalmente costituzionali o di revisione costituzionale (in questo senso si sono espressi Cicconetti, Lavagna, Martines), ma che includa anche le leggi ordinarie integrative o attuative di precetti costituzionali (Esposito, Mazzitti, Mortati) tra le quali rientrano a pieno titolo quelle di mutamento della circoscrizioni provinciali (art. 133, comma 1, Cost.) e quelle (art. 117, comma 2, lett. p), Cost.) sull’ordinamento e sulle funzioni di Città metropolitane, Province e Comuni. Del resto, aderando alla prima interpretazione non sarebbe messo in discussione il carattere generale della legislazione ordinaria?

Il secondo è di ordine sostanziale. L’art. 1 del decreto-legge adottato dal Governo Monti sul riordino introduce, all’art. 3 del d.lgs. n. 267/2000, un comma aggiuntivo, il 3 bis, con il quale si elevano a rango legislativo i parametri della densità demografica e dell’estensione territoriale fino ad ora contenuti nella deliberazione del 20 luglio 2012. In questo modo, l’Esecutivo attribuisce alla legge il potere di stabilire a priori il numero delle Province (ridotte da 86 a 51). Nel dettato costituzionale, invece, non è stabilito alcun limite numerico, con l’unica eccezione delle Regioni elencate nell’art. 131 Cost. Riflettendo su quest’aspetto, vi è chi ha sostenuto che, proprio per la mancanza del numero, è possibile ridurre/riordinare le Province senza la necessità di modifica della Costituzione. Questa affermazione, seppur vera, necessita di essere puntualizzata. Infatti, è vero che le istituzioni provinciali non sono garantite nella loro complessiva esistenza, ma questo in relazione al fatto che si può mutarne la circoscrizione su atto d’impulso dei Comuni ai sensi dell’art. 133, comma 1, Cost.

Pertanto, al di fuori dell’iter indicato nel Testo fondamentale, ogni ipotesi di riduzione è incostituzionale. La tesi, secondo la quale la norma costituzionale invocata è applicabile solo a ipotesi di mutamento puntuale, non è sostenibile per due ordini di ragione: in primo luogo, perché una tale limitazione non è in alcun modo contemplata dall’art. 133, comma 1, Cost., in secondo luogo, perché già dai lavori dell’Assemblea Costituente vi era l’intenzione che l’istituzione di nuove Province e la modifica di quelle esistenti avvenissero con un atto che fosse espressione delle popolazioni direttamente interessate e, quindi, non fosse imposta dall’alto.

Insomma, a differenza di Halloween, qui le mostruosità ci sono davvero-

*Università degli Studi di Padova

(tratto da L’Indipendenza)

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Convegno a Belluno: ‘Dialoghi in …Autonomia – il destino della Provincia’

2 novembre 2012 By

locandina dialoghi in autonomia

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