su Report la montagna autonoma trentina a confronto con quella centralistica bellunese

28 ottobre 2011 By

Ecco una parte del servizio andato in onda su Report nella puntata intitolata “Vedo pago voto” del 23 ottobre 2011. E’ una breve ma sostanziale testimonianza di alcune delle differenze che contraddistinguono la vita degli abitanti di Sovramonte, comune della provincia di Belluno, e quella dei vicini abitanti di Primiero, comune della provincia autonoma di Trento.

Va capito che non sono le autonomie di Trento e Bolzano ad essere “privilegiate”, ma che sono gli altri territori di montagna, segnatamente la provincia di Belluno che è montana al 100%, ad essere discriminati dallo Stato italiano, completamente sordo alle esigenze della nostra popolazione.

 

http://youtu.be/NH_6RoDedI4

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I Ladini del Bellunese rispondono al Corriere della Alpi sulla questione dell’autonomia

7 ottobre 2011 By

Caro Direttore,

la provincia di Belluno cerca un’autonomia dal dopoguerra con leggi di specificità rimaste nei cassetti dei parlamentari (credo 4 o 5) e con la promessa della Regione Veneto di un riconoscimento nelle statuto e di deleghe alla provincia mai arrivate.

Una frustrazione che ha fatto nascere l’anno scorso un comitato per l’autonomia che, dopo essersi consultato con esperti costituzionalisti, ha  ritenuto che l’unica via possibile nelle condizioni attuali della Regione Veneto e dello Stato Italiano, per il riconoscimento dell’autonomia, fosse la richiesta di passaggio dell’intera provincia dalla Regione Veneto (ordinaria) a quella del Trentino Alto Adige (speciale) con l’obiettivo poi di concordare con il legislatore un autonomia particolare per Belluno, in quando, come noto, le province di Tn e Bz hanno potestà legislative specifiche. Non si tratta quindi di far confluire la nostra provincia in quella di Tn o Bz ma di diventare la terza provincia dolomitica. E di ragioni ne abbiamo da vendere:

1. Siamo un’area a bassa densità abitativa di montagna incuneata fra due regioni a statuto speciale;

2. La situazione di crisi economica e lo spopolamento, prima frenato da un industria forte, rischiano di distruggere la nostra popolazione;

3. Abbiamo la maggioranza delle Dolomiti patrimonio dell’Unesco e la montagna si salva solo se è presidiata e ben organizzata dalle sue genti;

4. Abbiamo la presenta di circa 70.000 ladini per un totale di 39 comuni e due di minoranza germanofona;

5. Subiamo ogni giorno le enormi differenze di opportunità e di trattamento fra chi vive in queste valli rispetto a quelli che vivono a qualche chilometro in linea d’aria dove esistono politiche in favore della montagna e dei suoi abitanti, dove ci sono aiuti alle imprese, dove una politica oculata ed intelligente ha fatto diventare la regione Trentino Alto Adige una delle più belle in Europa e nel mondo (anche per natalità);

6. Siamo pochi (213.000) e quindi non contiamo nulla in termini di rappresentatività nella regione del Veneto, ma abbiamo intorno esempi di comunità piccole, autonome e ben amministrate (vd l’esempio della Valle d’Aosta con i suoi 125.000 abitanti);

7. Chiediamo semplicemente che le risorse prodotte sul territorio restino qui come accade a Tn, Bz e in Valle D’Aosta, per poter mantenere un patrimonio ambientale di enorme bellezza e la sua popolazione che da secoli tace e lavora nelle difficoltà di un territorio aspro, marginale, periferico e coperto di neve per 6 mesi all’anno.

Francesca Larese Filon
Presidente della Federazione tra le Unioni Culturali del Ladini Dolomitici della Regione del Veneto

PS: I comuni di Cortina, Fodom e Colle Santa Lucia hanno già fatto il referendum e hanno scelto di passare alla Provincia di Bolzano

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L’autonomia è un mezzo, non un fine

6 ottobre 2011 By

Questa parola ha perso il significato originale. Il peggior difetto di chi descrive i fatti è la miopia. Non è una colpa, è inevitabile. Se concentri lo sguardo sui dettagli, per dovere analitico, perdi di vista il panorama. Per vedere bene una città e valutare l’altezza delle sue torri, è necessario allontanarsi da essa, inoltrandosi nella campagna che la circonda. Così è per l’autonomia. Questa parola feticcio, abusata quant’altre mai, ha perduto il proprio significato autentico. Deriva dal greco autos (se stesso) e nomos (legge). Kant, Rawls, e Frankfurt la ritengono una proprietà della volontà e un diritto individuale e le assegnano un posto centrale nell’etica e nella filosofia politica.

L’autonomia attiene alla ragione e alla volontà. Negli ultimi trent’anni, invece, questa parola s’è caricata di pulsioni e d’istinti, di rabbia rancorosa, di privilegi e di esclusioni. Essa è diventata preda di una politica d’infimo rango, usata come arma ideologica, trattata come un idolo risolutore d’ogni problema e detestata a priori, perché utilizzata dall’avversario politico. L’autonomia non è un fine ma un mezzo, uno strumento di buon governo. Nessuno ha più uno sguardo limpido. Un caso di miopia sociale, di massa.

I cittadini della montagna (già questo è un ossimoro) hanno necessità di autogoverno per garantire la sopravvivenza delle comunità nelle Dolomiti bellunesi. Liberiamo la mente dai pregiudizi e usiamo la responsabilità nel riflettere, che riguarda sia l’ottica (come la miopia), sia l’intelletto di chi sa di conoscere. L’autonomia individuale si raggiunge solo con intense e significative relazioni con gli altri. Nessun essere umano può sopravvivere da solo e la stessa cosa vale per le comunità. Perciò l’autonomia non è un “fare da soli”, uno scacciare gli altri, fuga dal mondo, isolamento. Associare l’autonomia a secessione, a indipendenza, xenofobia, al richiudersi in un piccolo, isolato mondo alpestre è idiota. Dal greco idìotes privato e dal latino idios proprio, particolare. E’ sorprendente quanto la sapienza antica illumini il presente.

Il mondo che abitiamo è sempre più interdipendente e la globalizzazione ha scardinato le relazioni protette da Stati nazionali e da appartenenze regionali. Ci si sente più insicuri e si cerca protezione. Al posto della paura servono autonomia e collaborazione. Sarebbe utile la riforma delle pubbliche amministrazioni, divenute inadeguate ai propri compiti. Prima serve consolidare le comunità locali, dotandole di autogoverno, per meglio dialogare col mondo. Dal quale dipendiamo, visto che metà del Pil bellunese è prodotto dall’export e ogni anno ospitiamo 850mila turisti.

Sono le leggi che permettono alle società di governarsi. Chi ha il potere legislativo decide. Scegliere è il potere politico. La Regione legifera nell’interesse dei suoi cinque milioni di abitanti di pianura. Questa è la democrazia. Peccato che condanni i montanari all’estinzione. In Veneto 200mila bellunesi non hanno potere, non valgono nulla. Perciò è opportuno trovare casa in altra comunità, con la quale si condividono problemi e soluzioni. Quando l’edificio in cui si vive diventa inagibile bisogna traslocare. Dispiace, perché nella vecchia casa ci sono i ricordi ma, se vuoi vivere, devi cambiare.

L’unico trasloco possibile è quello permesso dalle leggi ed è previsto dall’art.132 della Costituzione. Per ottenere l’autonomia serve una legge costituzionale. Anche se il titolo V della Costituzione è un groviglio mal pensato, che complica il passaggio alla Regione Trentino Alto Adige. II fatto che la Costituzione prima affermi e poi ostacoli il diritto di autodeterminazione dei bellunesi non è l’unico paradosso.

Ottiene l’autonomia chi ha il potere di esigerla, poiché essa non si dà ma si prende. Non avendo potere, ci serve l’aiuto degli altri (Trento Bolzano, regione Veneto, Parlamento). La cattiva politica ha sempre bisogno di nemici, quella buona di amici. Tuttavia, non è rilevante se altri ci lasceranno andare o ci accoglieranno, ma se i bellunesi vogliono l’autogoverno e sono disposti ad assumersi gli oneri che comporta.

Nonostante le difficoltà per una legge costituzionale dal Parlamento (di non eletti) non c’è scelta, tranne rassegnarci a marginalità ed estinzione. Nel secondo caso diventeremo il primo patrimonio dell’umanità estinta dell’Unesco. Come ammoniti, di noi resterà, forse, una traccia fossile.

Diego Cason

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Funerale delle piccole imprese del Cadore e di tutto il bellunese

30 agosto 2011 By

Giovedì 1° settembre ore 18.00 in piazza Tiziano a Pieve di Cadore

Vetrine listate a lutto per la morte della piccola imprenditoria. «Le popolazioni del Cadore e di tutto il Bellunese annunciano la prematura scomparsa della piccola impresa di montagna». È parte del testo macabro-allegorico di un’epigrafe che vuole mettere in luce quanto una delle fonti principali di sostentamento del territorio sia bistrattata. Ad indire questa forma di “protesta” è il Movimento referendario Bellunese che ha deciso di alzare il tiro listando a lutto l’intero Cadore, vetrine e negozi compresi. Il malessere della piccola impresa è tanto e bisogna così battere i pugni.

«Abbiamo così concordato un’azione allegorica ad alto effetto mediatico con la rappresentazione di un simbolico funerale».

Il Movimento chiede l’appoggio dei commercianti del Cadore e di tutta la Provincia perché questa epigrafe sia su tutte le vetrine. «Saremo molto grati ai commercianti ed a quanti esibiranno le locandine, anche abbassando di poco le saracinesche dell’attività dalle 18 alle 19, in segno di appoggio alla manifestazione». A questo gesto si aggiunge una manifestazione con corteo che si terrà giovedì alle 18 in Piazza Tiziano a Pieve di Cadore «per segnalare il cronico abbandono della politica verso le «terre alte». L’intento è quello di catturare l’attenzione dei media, dei politici regionali e nazionali verso i problemi irrisolti della montagna. Per chiedere le epigrafi è possibile telefonare al 3929813105 (Gazzettino).

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Quel grido da Belluno: «Autonomia o morte» (l’Adige intervista Diego Cason)

26 agosto 2011 By

Riproponiamo qui il testo dell’intervista che Diego Cason ha rilasciato a Zenone Sovilla dell’Adige,  apparsa sul numero del 25 agosto 2011.

«Per la nostra provincia ormai è questione di vita o di morte; ma sono convinto che anche Trento e Bolzano sarebbero rafforzate significativamente in una regione che, aggregando anche Belluno, vedrebbe riunite le tre entità territoriali delle Dolomiti. E tutto a costo zero, perché noi non chiediamo più soldi ma di poter gestire direttamente quanto ci viene destinato oggi da Stato e Regione».

Diego Cason, sociologo, è una delle anime del movimento «Belluno autonoma, Dolomiti regione», che in un paio di mesi ha raccolto ventimila firme per un referendum, in sintonia con l’articolo 132 della Costituzione, che chieda il trasferimento della provincia dal Veneto al confinante Trentino Alto Adige. Sulla scorta del fermento popolare, è arrivato il sostegno trasversale delle istituzioni rappresentative, fino al voto quasi unanime (solo la Lega si è spaccata) in consiglio provinciale per il via libera all’iter in Cassazione.

La Corte, però, a fine marzo, ha negato l’ammissibilità sostanzialmente perché il questito tocca «il particolarissimo status di regione binaria» del Trentino Alto Adige. «La Cassazione – osservaCason – in questo modo contraddice la Costituzione, che assicura ai territori il diritto di autodeterminarsi; inoltre, negando il referendum, ha invaso il campo del Parlamento».

Ora la Provincia di Belluno inoltrerà ricorso straordinario al capo dello Stato, preludio di un’impugnazione alla Corte di giustizia europea. «E in settembre sarà presentata una legge costituzionale, quale punto di partenza di un percorso e di un dialogo a vasto raggio da costruire insieme ai nostri vicini di Trento e di Bolzano il cui consenso, ovviamente, è condizione essenziale. Non pensiamo certo di poter andare a decidere in casa d’altri…».

Finora quali sono state le risposte? «A Bolzano stiamo incontrando parecchie difficoltà di comprensione reciproca, non si coglie l’iniziativa come un’opportunità e temo che questa insensibilità nei riguardi delle aree alpine limitrofe possa rivelarsi, prima o poi, un boomerang per il Sudtirolo. In Trentino, al contrario, abbiamo trovato interesse e disponibilità da parte di una serie di interlocutori, istituzionali e non, che ringraziamo perché hanno compreso il senso dei nostri sforzi: l’autogoverno in un contesto di collaborazione fra territori che condividono le stesse montagne. Sono previsti anche incontri fra sindaci trentini e bellunesi e il nostro movimento presto darà vita a una serie di momenti informativi dalle vostre parti».

Che cosa andrete a spiegare? «Ascolteremo gli altri e illustreremo le nostre ragioni; ma  insisteremo anche sul concetto che l’unità dell’area dolomitica sarà sempre più, per tutti, una fonte di energia davanti ai rapidi processi globali che aumentano la pressione e i rischi socioeconomici per territori complessi quali sono Trento, Belluno e Bolzano. Vogliamo anche chiarire che non intendiamo assolutamente interferire, contestare o levare nulla alle altre due province, cui riconosciamo pienamente il diritto all’autonomia speciale. Non pretendiamo né uno statuto identico né un analogo  trattamento economico. Fatte le varie ponderazioni, nel bilancio rimane un gap di circa 600 milioni di euro l’anno, ma a noi non serve colmarlo, quel che conta davvero è poter decidere sui trasferimenti di quel miliardo e 200 milioni di euro di cui sono già titolari i bellunesi (il cui reddito pro capite medio, peraltro, non si discosta dai livelli delle due province vicine)».

Insomma, né corsa ai privilegi né retromarcia nostalgica da piccola patria? «Il nostro è un discorso pragmatico per affrontare lo stato reale delle cose e le sfide del presente, in una terra che amiamo e vogliamo difendere. Il movimento referendario non è reazionario: al contrario, si pone il problema dell’innovazione. Ci servono, però, strumenti istituzionali coerenti con le esigenze di un’area di montagna. Belluno sta dando ultimamente segni di risveglio, dopo un lungo periodo di subalternità che in queste comunità ha indebolito la percezione di sé e la capacità di definire i propri interessi strategici. Per un secolo da qui se ne sono andati oltre cinquemila emigranti ogni anno, ci sono molti più bellunesi in giro per il mondo che qui. Da un po’ di anni, c’è un’inversione di tendenza e cresce anche la consapevolezza sulla necessità di un cambiamento che dovrà passare anche per una riforma istituzionale».

Quali sono i limiti dell’attuale architettura? «Molti. Se Trento ha piena potestà di indirizzare secondo le reali esigenze del territorio i suoi cinque miliardi e mezzo in bilancio, da noi non è affatto così: quei fondi pubblici vengono usati sulla base di leggi scritte altrove, dallo Stato e dalla Regione Veneto, secondo criteri che rispondono ai bisogni e a logiche tipicamente di pianura. È una stortura devastante che si replica nella gran parte delle zone montane d’Italia, che sono il 74% della superficie nazionale».

Facciamo un esempio?  «Quando Venezia vara un piano del commercio e prevede cinque o sei nuovi supermercati, non valuta che la nascita di una grande attività di valle condanna a morte i negozi di vicinato in tutte le frazioni e nei paesi in quota. Così come è demenziale, in montagna, il criterio che finanzia l’agricoltura in base alla produttività e all’estensione dei fondi. Tant’è che nel Bellunese, dove il fondo medio è di appena due ettari e mezzo, gli attivi nel primario sono precipitati all’1,2%. Succede pure che i terreni vengono venduti, anche a imprese trentine o trevigiane, a un euro al metro quadrato; poi i nuovi proprietari piantano un frutteto e l’appezzamento schizza a 24 euro al metro, un prezzo che poi sarà inaccessibile per i contadini bellunesi».

Mentre voi chiedete l’autonomia, l’altro giorno il governo voleva cancellare la provincia di Belluno, con le altre sotto i 300 mila abitanti, poi salvata dal criterio dell’estensione territoriale avendo oltre tremila chilometri quadrati. Si era già ipotizzato anche un innaturale accorpamento con la lontana Treviso. Che ne dite?  «Solo un governo disperato può arrivare a calpestare i diritti costituzionali dei cittadini disponendo modificazioni territoriali degli enti. Quanto ai criteri adottati nella fattispecie, sono semplicemente folli. Se si volessero davvero risparmiare soldi senza fare demagogia di bassa lega, si potrebbe semmai guardare alle sovrapposizioni generate, per esempio a Milano, dalla compresenza di città metropolitane, comuni, province e comunità montane. A Belluno tutta questa faccenda allucinante ha solo accresciuto delusione, rabbia e voglia di lottare. Lo slogan che circola ora per le nostre valli è un po’ rozzo ma rende l’idea: “Via dal Veneto, mai con Treviso”».

A proposito, a Venezia si discute da tempo del nuovo statuto che dovrebbe riconoscere la specificità di Belluno… «In realtà, il Veneto non ha nessun interesse a riempire quelle parole con i fatti: i bellunesi sono 213 mila su cinque milioni e mezzo di abitanti e riconoscerne l’autonomia significherebbe innestare un effetto a catena. Non dimentichiamo che di questi tempi tutti hanno i loro problemi, mica solo noi: anche la pianura soffre. Sta di fatto che la storia della Regione ci mostra un rifiuto quasi totale a trasferire competenze a Belluno». Anche gli operatori economici si lamentano. «Le imprese trentine e altoatesine godono di sostegni pubblici del tutto condivisibili, ma che visti da oltre confine si configurano come una concorrenza non basata sulla reciproca lealtà. Un esempio: se io voglio costruire un albergo in provincia di Belluno, devo possedere liquidità oppure accendere mutui a tassi di mercato; se lo faccio sull’altro versante di un passo dolomitico ottengo dalla Provincia autonoma un significativo finanziamento a fondo perduto, un’altra fetta a tasso agevolato e infine trovo nel sistema  creditizio locale, per la cifra rimanente, condizioni migliori di quanto offrono le mie banche. Non è un caso se nel 1961 Belluno contava 500 alberghi e Bolzano 1200, adesso noi ne registriamo 400 e l’Alto Adige 4200. E senza espandersi nel turismo e nei servizi, qui si rischia di pagare un prezzo altissimo nei processi di globalizzazione, perché il settore manufatturiero – quello oggi più minacciato – da noi rappresenta il 60% dell’occupazione. Perciò è urgente dotarsi di nuovi strumenti amministrativi e governare un territorio che necessita di profonde trasformazioni nel nuovo quadro internazionale. È in quest’ottica che va inserito il dialogo con i nostri vicini di casa».

E se alla fine il referendum provinciale non fosse concesso? «Un’altra opzione sarebbero referendum comunali a catena (oltre ai tre comuni ladini storici e ai germanofoni di Sappada, anche Lamon e Sovramonte hanno già votato per lasciare il Veneto, ndr). Naturalmente speriamo di non dover arrivare a queste scelte estreme, ma ormai siamo arrivati à la guerre comme à la guerre: è in gioco la sopravvivenza dei territori, ci sono interi paesi che stanno scomparendo e noi non intendiamo morire senza farci sentire».

 

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